Le stanze degli scrittori: Luigi Bernardi

Ovviamente, la stanza di uno scrittore dovrebbe stare tutta nella sua testa, riempire il dedalo di sinapsi, con pulizie periodiche a tentare l’organizzazione di un ordine che non è mai materiale.
Fosse vero, non mi spiegherei la paura di non poter più scrivere, una volta abbandonato lo stanzino di appena due metri per tre nel quale ho composto tutti i libri che ho avuto la fortuna di pubblicare; l’ansia di non essere più capace di accostare una frase all’altra, dopo che mi sono ritrovato in questa grande casa attorniata dai tetti rossi del centro di Bologna.
È andata avanti per diversi mesi, senza scrivere una riga che possedesse non dico dignità letteraria, ma almeno la pretesa della certificazione di esistenza in vita. Le ho provate tutte, persino accompagnandomi con le mie musiche preferite, io che ho sempre scritto nel silenzio e dietro una porta chiusa – la musica semmai l’ascoltavo prima, in quella sorta di stretching mentale, complicato se si comincia a lavorare alle quattro del mattino e mal si sopportano le cuffie infilate nelle orecchie.
Un brutto giorno, mi hanno persino imprigionato la casa per il rifacimento degli esterni. Era sempre buio, e sono passati altri tre mesi, con gli operai che mi martellavano l’anima – o almeno così mi piaceva pensare. Quando hanno finito, è tornata la luce e con lei l’idea prepotente che questa fosse ormai la mia casa dell’essere, questa e nessun’altra.
Scrivere è stato una conseguenza. Un romanzo, poi un altro, dei racconti, dei progetti. Tutto scrive qui dentro e si aggiorna, prima ancora che nella mia testa – dove il dedalo di sinapsi avrebbe bisogno di un corpo severo di vigili urbani a dirigere il traffico – nei diversi computer sui quali lavoro, seduto alla scrivania, stravaccato sul letto, oppure sul divano, nella posizione cara a Paolina Bonaparte. Tutto scrive qui dentro, e io assisto meravigliato alla chimica delle parole che compongono frasi.
Quando mi hanno regalato una versione realizzata solo per me della tavola periodica degli elementi – quasi uno scherzo nato dalla mia passione per la serie televisiva Breaking Bad – ho finalmente capito che l’interazione fra le sinapsi e l’ambiente non è una speranza alchemica, ma una normale reazione chimica che necessita degli elementi giusti, del dosaggio corretto e dei normali tempi di reazione. Prima, quando il processo era in corso, non ottenevo risultati. Adesso mi basta guardare da una delle tante finestre di questa casa, posare gli occhi sull’interminabile distesa di tetti rossi, per trovare la parola che cercavo, quella giusta che non è mai più di una.

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