Vampiri d’Italia

Vampiri d’Italia
De genere

Fremiti esotici, ebbrezze e manicomi tra Otto e Novecento

Vampiri d’Italia Come secondo titolo del proprio catalogo, le giovanissime Keres Edizioni propongono con Vampiriana. Novelle italiane di Vampiri, a cura di Antonio Daniele (collana: Il labirinto delle lamie, Mercogliano 2011, pagg. 160, con rare illustrazioni d’epoca) una suggestiva carrellata sulle icone della paura dell’Italia tra Otto e Novecento: un panorama poco noto perché costituito da racconti brevi spersi tra riviste, non sempre riediti in raccolte e in gran parte dimenticati (su questa dimensione “nascosta” del fantastico italiano, cfr. il dibattito sul sito LibriNuovi out of print). 

Certo, in qualche caso il vampiro in scena non è troppo dissimile dai mostri gotici più celebri: è il caso de Il dottor Nero di Daniele Oberto Marrama (1904), che rinvia idealmente allo sciupafemmine di Polidori e insieme al clima di novelle più tarde di autori inglesi a contatto con l’Italia (Anne Crawford Von Rabe, Francis Marion Crawford); de Il Vampiro di Giuseppe De Feo (1906) col suo rimando a misteri e orrori pseudoegizi; dei toni rurali e quasi etnologici del Vampiro di Enrico Boni (1908). Ma più spesso i racconti delineano una peculiare via italiana al mito, tra i poli opposti di un vampirismo naturale(uomini sanguinari, enormi pipistrelli) e di un altro nel segno dell’occulto, in rapporto con la grande epopea coeva degli studi metapsichici.


Il primo polo è qui rappresentato da Il Vampiro della foresta di Emilio Salgari (1902), dove due (ovviamente) coraggiosi emigrati siciliani devono vedersela col personaggio del titolo, un (ovviamente) cattivissimo indio dell’Uruguay spalleggiato da pericolose fiere; e da un testo più curioso, Il vampirodi Vittorio Martella (1917), ambientato in Venezuela, dove nuovamente due fratelli, stavolta francesi, fronteggiano il cuore di tenebra d’un prete trascinato a perdizione dal contatto con la ferocia di una tribù locale (“ho provato l’ebbrezza del sangue, la voluttà dello sterminio, della tortura di un essere palpitante”). In quest’accezione il vampiro è il Custode della soglia di un esotismo gravido di promesse e minacce, con cui misurare i valori nazionali (coraggio, lavoro, civiltà, buon senso – mentre il prete-vampiro è francese) di fronte a indigeni alternativamente neghittosi o selvaggi; anche se, come mostra De Feo su un diverso sfondo geografico, la partita può riservare sorprese.

Vampiri d’Italia
Un busto di Luigi Capuana
Il polo opposto, quello della chiave psichico-occultista, è invece tributario di una più ampia tradizione del nero italiano del secondo Ottocento: e il quadro prevede invariabilmente una follia conclamata o temuta, l’azione di alcuni medici più o meno illuminati, una minaccia all’infanzia icona del futuro del giovane Paese – in genere da parte di un mondo vecchio divorante e malefico. È il caso del celebre Un vampiro di Luigi Capuana (1904), dove un rancoroso persecutore spettrale mette in crisi l’equilibrio mentale di una coppia e ne minaccia il bambino: ad aiutarli accorre un valido dottore, sulle cui piccole viltà di casta l’Autore però non risparmia uno sberleffo. Manicomi sono poi presenti in Vampiro innocente di Francesco Ernesto Morando (1885) e ne Il vampiro di Giuseppe Tonsi (1902), entrambi con bimbe-angelo vittime di succhiavita e debite vendette dei padri, poi internati come pazzi. Se però nel secondo caso il vampiro è un losco occultista, nel racconto di Morando si tratta dello stesso fratello bambino della vittima – ciò che comporta un vago sottotesto incestuoso tra i due, e l’orrore della soppressione del piccolo mostro da parte del padre. Ovviamente il contesto patologico circonfonde gli episodi d’incertezza e lascia al lettore – coi suoi dubbi d’epoca tra fedi discusse e provocazioni scientifiche – la scelta di un’interpretazione.

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