Scippi di cuore
La vivacità del romanzo d'Oltralpe
Nel romanzo The Magician, 1908, più volte riedito in Italia, William Somerset Maugham mette in scena il tragico plagio della bella Margaret da parte di un occultista, Oliver Haddo, ricalcato su quell’Aleister Crowley che l’Autore aveva incontrato a Parigi cinque anni prima. Invano l’aitante eroe Arthur Burdon si appoggia alle competenze arcane del dottor Porhoët: Margaret si consumerà fino alla morte e sarà solo possibile, in ultimo, distruggere il vilain. Benchè celebre – e divertente – il romanzo non è tra i migliori di Maugham: certo coniuga gli stilemi più classici del fantastico di lingua anglosassone con robuste dosi di occultismo (al punto che l’irritato Crowley, proprio sotto lo pseudonimo “Oliver Haddo” denunzierà sulla rivista Vanity Fair il presunto scippo di materiale dalle proprie opere), in un insieme affascinante soprattutto come documento di un certo mondo culturale. Ma pare inevitabile pensare a The Magiciannel leggere un altro romanzo, stavolta francese, del 1920: la firma è di Gaston Leroux (1868-1927) e tornano i personaggi della bella vittima e dell’occultista (inglese) carismatico e vampiresco, dell’eroe – si fa per dire – protagonista e del dottore psichico suo consulente. Con risultati totalmente diversi.Quando scrive Le Coeur cambriolé, Leroux ha ormai al proprio attivo una produzione piuttosto variegata. Avvocato e cronista giudiziario, lo scrittore muove in una Francia tormentata da attentati anarchici e strumentalizzazioni reazionarie sul tema della sicurezza, dove la ghigliottina lavora con disinvolta efficienza (suscitando – va detto – l’indignazione del Nostro, fiero avversario della pena di morte): non è strano dunque il fascino del nero, raccordato al crimine ma soprattutto a quel gioco di (im)probabilità e finzioni, duplicità e maschere di cui è teatro l’animo umano. Nel 1907 il lodatissimo Le mystère de la chambre jaune consacra Leroux tra i massimi narratori nel genere poliziesco, varando la fortunata saga del detective Joseph Rouletabille, con sviluppi fino agli anni Venti; ma il corteggiamento del macabro e dell’orrifico conduce abbastanza presto verso nuovi linguaggi – come nel caso del notissimo Le fantôme de l'Opéra, 1910. O di veri e propri racconti fantastici come appunto Le Coeur, compiaciuti melange des genres coerenti con l’eclettismo del feuilleton: per cui al tema del furtodi cuori femminili caro alla commedia (o ai romanzi di Leblanc, col suo Lupin ladro e seduttore) si sposa un macabro nutrito di scienze psichiche – ma d’una via francese poetica, filosofica e “scientifica” contrapposta alla pittoresca magia britannica offerta da Maugham; e il gioco del lirismo svela un’ironia surrealista tra onirico e burattinesco. Tanto che, fin dalla prima pagina, non riusciamo a prendere troppo sul serio chi parla: che appare non tanto (o non più) il narratore delirante da incubi di Maupassant, quanto un ottuso filisteo schiantato nella propria grottesca nemesi.
Ma, appunto, è inevitabile porsi domande. Il cronista giudiziario Leroux sta riportando l’improbabile costruzione dialettica di un assassino che non accetta il peso del proprio crimine, o realmente la soave imbecillità dell’anti-eroe Hector (come, per altro verso, l’insopportabile supponenza di Cordélia) ha finito col frantumarsi contro la complessità della vita? Patrick esiste davvero, o non è solo l’ombra di Hector, una proiezione del suo inconscio summadi quelli che gli appaiono disturbanti controvalori – come in quella magica “esteriorizzazione della sensibilità” di cui Cordélia si riempie la bocca? E le due ville, quella moderna di Hennequeville amata dal pragmatico Hector per le sue comodità, e l’altra antica di Vascœuil, coi “viali muschiosi [che] odoravano di morte” ma adorata da Cordélia, che raccomanda al futuro sposo di riammodernarla senza toccare il pittoresco parco, non rappresentano in fondo la scenografia esteriore di una scissione più profonda? La scena notturna in cui Hector bracca l’essenza spirituale della moglie, che s’incontra col “ladro”-occultista nella “camera d’oro” del parco, suona parodia di tutte le cacce condotte da mariti cornuti nella letteratura borghese, ma insieme conduce a un orizzonte sociale dell’incubo che sembra prefigurare Buñuel.
E in questo quadro non ci stupiamo che appaia intimamente scissa anche Cordélia, legata ai due uomini da rapporti ambivalenti quasi in una rilettura più ironica e lieve del triangolo sentimentale del Fantasma dell’Opera. Così, se all’inizio Cordélia non capisce (o sembra non capire) che la sublime esperienza notturna che l’ha resa “una donna nuova” viene dall’incontro con Patrick e non con Hector, pare ironicamente esplicito che la caduta nell’incoscienza e nell’allontanamento pneumatico venga avviata dai baci del marito, un’esperienza evidentemente non eccitante.E ancora: “l’illustre medico” Thurel, capace di tranquillizzare Hector ma sempre fino a un certo punto e beandosi di astrusi concetti occulti, è realmente affidabile o non appartiene alla schiera degli investigatori-bluff varata dal dottor Hesselius di Le Fanu? Il manipolatore Leroux non concede spazio alle certezze: e come nelle meraviglie illusionistiche di quel primo cinema di cui fu alfiere entusiasta (arrivando a fondare col collega Bernède e l’attore René Navarre, quasi contemporaneamente alla composizione di Le Coeur, una “Société des Cinéromans” specializzata in film a episodi) cambia continuamente le carte in tavola. Così alla fine Hector e la sua ombra sembrano concordare sulle reciproche responsabilità, sul fatto che “non si può dare veramente la felicità a una creatura terrestre se non procurandole un equilibrio, ma noi ne eravamo incapaci”, e che Cordélia avrebbe dovuto “trovare in un solo uomo un po’ di me e un po’ di voi”, in un implicito riconoscimento di una sorta di schizofrenia – salvo poi però ricominciare a inseguirsi, e la morte di Patrick non potrà che essere tallonata da quella di Hector. L’alterità malvagia del mago di Maugham lascia insomma beffardamente il posto a un inseguimento alla Ridolini, come nei movimenti accelerati di quel cinema antico, tra frantumi di noi stessi in perenne scollamento.
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