Non starò a raccontarvi delle storie

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La camera chiara / Angelo Molica Franco

Bar Barthes e FN mostra Barthes presentano

Festa per il compleanno del caro amico Roland

da un’idea di Massimo Scotti e Giuseppe Girimonti Greco

a cura di Giuseppe Girimonti Greco

[Come capita alle feste di compleanno, c’è un momento in cui ci s’alza e si racconta un aneddoto che ci lega al festeggiato, si rievoca il momento in cui lo si è conosciuto, si ripercorrono gli anni passati insieme. Sì è forse troppo indulgenti o all’improvviso si dicono cose sopite da anni; lo si fa in pubblico, di fronte a tutte le persone convenute, perché spesso i rapporti importanti, che ci hanno segnato, hanno bisogno di essere di nuovo descritti, ascoltati, festeggiati. Questo è quel che si cercherà di fare qui. Auguri!] [Coi tempi erratici che da un certo tempo contraddistinguono le uscite di FN, ora che è luglio facciamo come fosse ancora novembre e continuiamo a festeggiare]

6. La camera chiara, di Angelo Molica Franco

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Ho incontrato Roland Barthes a 11 anni, nel 1995 – ben vent’anni fa –, tra gli scaffali della biblioteca di casa. Andavo alle medie e dovevo fare una ricerca sulla fotografia, una di quelle classiche ricerche da scuola dell’obbligo oramai così disprezzate eppure così utili adesso che non sono più in uso, offese come sono dalla mancanza dello scrivere a mano. Il pc si chiamava ancora computer, non era in uso in tutte le case, era lontano dal lessico dei professori – digital divide docet – e internet occupava ancora la linea del telefono, oltre a fare quel rumore infernale stile fax per collegarsi. Così nel salotto di casa, di fronte a una delle librerie, scorrendo dalla costa i libri sulle scansie alla mia altezza, lessi La camera chiara – nota sulla fotografia. Lo sfogliai, soprattutto per vedere le immagini, e rubai con gli occhi qualche frase a caso, giusto per provare a capire cos’avessi tra le mani. Lessi il frammento n°1 “La vita è fatta di piccole solitudini”, poi saltai al n° 7 “la tale foto mi avviene, la talaltra no”, al n° 39 “[…] non è mai credibile sino in fondo”, tornai al 10° “punctum è anche: puntura, piccolo buco macchiolina, piccolo taglio”. Chiunque fosse Roland Barthes, quello non era un libro sulla fotografia. E chiusi.

Dei testi di Roland Barthes, soprattutto dei testi della maturità del “je”, quello stesso “je” così sofferto e anelato, così amato dai lettori – soprattutto i suoi allievi, e i lettori giovani: Calvino stesso scriverà che sotto la pioggia battente, ai funerali di Barthes, c’erano tantissimi giovani – e così detratto dai colleghi critici; ebbene di questi testi di Roland Barthes, La camera chiara è quello per il quale, più di tutti, bisognerebbe immaginarlo letto dalla sua viva voce. “Sono tutti concordi sul fatto che avesse una bella voce,” afferma Tiphanye Salmoiault, “e che fosse un uomo dolce”.

Lo scrive nella sua monumentale e di planetaria importanza biografia Roland Barthes (Seuil, 2015). Per prima, Salmoiault ha avuto accesso ai documenti privatissimi dello scrittore, curati da Eric Marty: diciassettemila fogli manoscritti, agende su cui ha registrato tutte le sue giornate, e taccuini su cui è possibile leggere i pensieri dei libri a venire. Ma l’errore sarebbe imperdonabile se ne parlassi come di una biografia classica – sia detto assai banalmente, di stampo vittoriano – poiché piuttosto essa è il romanzo della vita di Roland Barthes. Un romanzo che inizia con la sua morte, un manque, per provare a scostare il mito e raccontare l’uomo. E che attraverso l’inanellarsi degli anni, racconta l’infanzia negata dalla perdita del padre (il manque iniziatico), il dopo guerra, la scrittura frammentata e discontinua, l’omosessualità celata (il manque durante), il sanatorio, la morte della madre (il manque finale: nessuna resistenza) e, per finire e iniziare nuovamente, la sua assurda morte, investito da un camion.

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Ciò da cui non riuscivo a staccarmi – e ciò mi sarebbe ancora e ancora accaduto sempre con la parola scritta, la parola offertami, la parola ricevuta –, e da cui non sono mai riuscito a staccarmi, era la curiosità. Cos’era quel senso di sofferenza, di ferita, di punctum che la fotografia, secondo il signor Barthes (che a giudicare dalla biografia era un signore a cui dare ascolto) doveva suscitare per avvenirmi? Avevo undici anni e impiegai due anni per comprenderlo. Fu il lutto, la perdita, ancora un manque, a spiegarmi cos’era il punctum. A tredici anni, scrissi a completamento del mio primo tema in quarta ginnasio – un tema su cosa fosse la bellezza – questa frase: “Tra migliaia di foto, belle o brutte non m’importa, mi piacciono quelle che mi feriscono”. Così ripresi in mano La camera chiara, e decisi che andava affrontato dall’inizio alla fine. Quella fu la mia prima lettura del libro e, una volta terminato, consolidai l’idea che non si trattava di un libro sulla fotografia, ma era un libro sulla morte di sua madre.

All’indomani dell’incidente, il 25 febbraio 1980 – che l’avrebbe condotto alla morte un mese più tardi – qualcuno scrisse sul muro dirimpetto il luogo dell’incidente: “Camminate più piano, o rischierete di investire Roland Barthes”. Qualcuno, dunque, qualcuno che con molta probabilità era un lettore di Barthes, ha sentito nell’animo, appena svegliatosi quel mattino, di scrivere quella frase, di testimoniare la sua ferita per un’eventuale morte di Barthes, un manque dunque, alla base di un’azione.

Quando morì Colette, una trentina scarsa d’anni prima, e la Chiesa le rifiutò i funerali religiosi per via della sua condotta “viziosa” e ricevette, prima donna in Francia, i funerali di stato, qualcuno scrisse “Oggi è morta una donna libera”. In una delle sue ultime opere, La stella del vespro, Colette è immobile sul suo letto-scrivania. La scrittura di Colette, sempre così costellata di immagini ricorrenti – gli animali, le grazie del giardino –, si inanella, in questa raccolta che primamente recava il sottotitolo Souvenirs, di fotografie del passato, a testimonianza dell’intensa e felice vita vissuta. Accanto al suo letto-scrivania, un secretaire le conserva. Come una messe tardiva e ormai spoglia, la grande Colette già scrittrice di fama mondiale non conserva nessuna foto mondana, ma si dedica a quelle fotografie in cui ha sfiorato la felicità, o almeno in quelle in cui poteva esserlo, felice. Le tornano così, tra le dita e tra i pensieri, le immagini di Rozven (la casa dalle pareti color del grano, ricordo dell’amore con Missy), di Sidi (il secondo marito, Henry de Jouvenel), di Sido (la madre tanto amata) e delle forbici con cui tagliò un vestito della madre per farne la copertina del manoscritto eponimo appena terminato. E ancora Bel-Gazou (Colette de Jouvenel, figlia della scrittrice) a Roma o nella campagna francese che rincorre scalza delle galline o che gioca nei pressi di un fiume, e quel rimpianto che fa capolino di non essere stata una madre ordinaria, ma straordinariamente assente, e poi lui, Bertrand, o Chèri, o l’amore impossibile.

Come la fotografia del giardino d’inverno, di cui Barthes parla a lungo ne La camera chiara, in cui è l’impossibilità di conoscere il tempo della madre bambina a ferire Barthes, insieme all’assenza, e alla mancata trasformazione del dolore, allo stesso modo le foto che feriscono Colette, sono quelle della felicità passata, della felicità morta, della felicità, per dirla alla Barthes, che “è stata”. L’ossessione di avere di fronte agli occhi un tempo che non può tornare in nessun modo.

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Da quella mia prima lettura a tredici anni, ne passeranno altri dieci, e con essi altri amori letterari che con Barthes non hanno nulla a che vedere – sia detto assai banalmente – quali Verga e Pirandello, libri che nella biblioteca mediamente fornita di qualsiasi famiglia siciliana non mancano, e Flaubert, di cui enumeravo due o tre letture de L’educazione sentimentale, libro ossessione della mia adolescenza. Dicevo, passano dieci anni, intanto avevo già letto Frammenti di un discorso amoroso e sicuramente qualcos’altro, e Barthes torna nelle mie letture, ma in quelle ordinate.

L’occasione è data dal corso di semiotica all’Università che, tra i testi d’esame, prevede La camera chiara di Roland Barthes. Lo rilessi d’un subito e ciò che ne venne fuori fu, a mio avviso, un saggio assai ispirato in cui chiamavo a prestito ogni definizione e canone per dimostrare che La camera chiara, e con essa buona parte della produzione di Barthes, non riusciva a ridursi in un solo tassello, in una confinata e amministrata tessera; in questo modo, ciò che volevo dimostrare è che l’unica definizione che poteva calzare a quel volume era quella di uno strano, inspiegabile, straordinario romanzo. Il mio professore si indignò e mi disse che avevo affrontato Barthes con troppa passione e poco rispetto. Rifiutai il suo voto.

Un’altra scrittrice mi viene in mente non appena leggo l’ultimo frammento della camera chiara – “Pazza o savia? La fotografia può essere l’una o l’altra cosa.” – sia per l’ossessione per la fotografia che ritorna nelle sue opere, sia per quella tristezza e quel senso di morte che, come una luce flebile e intermittente, illumina e insieme vela tutte le sue parole. “Era come,” scrive Eric Marty di Barthes, “se fosse prigioniero della morte” come se la morte, alla stregua di un eterno crepuscolo, illuminasse e ispirasse le sue parole (quello stesso eterno crepuscolo che Franco Fortini sceglie come titolo, Lezione di crepuscolo, per evocare i legami tra Barthes e Pasolini).

Così come per Barthes la morte è stata salvezza – se per salvezza vogliamo intendere quella sospensione dalla sofferenza, dall’eterno crepuscolo che è la vita – e insieme ispirazione, allo stesso modo lo è stato per Annie Ernaux. Pochi altri autori hanno saputo parlare di assenza e presenza insieme, di morte e fotografia – che sono i temi fondamentali de La camera chiara – come Ernaux. Tra le sue opere ammantate dalla fotografia, L’usage de la photo (a metà tra la divagazione intima e il saggio), L’autre fille (il racconto impossibile: la breve esistenza della sorella morta prima della sua nascita, attraverso la sovrapposizione di due fotografie), La place (il romanzo dedicato alla vita del padre); ma il libro che, più di tutti, fonde l’ossessione per la fotografia con il senso della morte, o meglio con il senso della completa assenza, così piena da mutare in presenza, è Les années (Gli anni). Costruito come la narrazione di un album che si sfoglia insieme alla lettura, nel passaggio da una foto all’altra, muore un’età, e con essa una parte di sé, muore un sé, semplicemente un anno, un attimo che è stato, una felicità scompare, semplicemente muore.

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Oggi, a trentuno anni, lo rileggo per FN e capisco che La camera chiara è il titolo nascosto di tutti i libri (irriducibili, strani, bellissimi) che amo.

 

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