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I Gettoni Einaudi, la fine della storia

vittorini | novaro

Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti

2.9: Vittorini e i “gettoni”, la bella era: l’ultima parola?

Come e quando nascono i libri? Perché un romanzo è parto di una determinata epoca, in una precisa società che lo accoglie come identitario? Ma soprattutto, cosa nasconde il libro prima di salire su quel podio polveroso che lo etichetta “classico” di una letteratura? Tutto questo abbiamo cercato di esplorare e ricostruire lungo la nostra breve indagine sulla collanologia dei “Gettoni” einaudiani. Ne abbiamo parlato con spirito critico e innamorato, un po’ come il suo direttore [cof cof. N.d.D], evidenziandone specificità e curiosi retro scena. Ne abbiamo fatto un archivio fotografico colorato e inedito, guidati dall’idea che la storia dei libri sia innanzitutto, e anche, la storia della loro costruzione materiale. Ma, tutti i grandi racconti hanno pur una fine: quel “The End” necessario per i lettori più rigorosi o promessa di un nuovo appuntamento per i più insaziabili.

vittorini

La figura di Elio Vittori, intellettuale con sciarpa e coppola, in fuga sui treni d’Italia, operaio, scrittore censurato, lettore ed editore chino sui libri vitali – come li chiamava- perché convinto di dar vita a uomini migliori, rimane ancora oggi irrisolta, polemizzata, eppure sempre così inevitabilmente citata perché così tanto provocatoriamente esposta e vissuta sul piano pubblico.

«Scrittore per il quale non esistono confini, bensì pieghevoli tramezze», scriveva Maria Corti nella sua prefazione alla fortunata edizione de Le opere narrative, edite nei Meridiani degli anni ’70: lui che i libri li pensava vestiti e che credeva in una letteratura fondata sull’identità, intesa come confronto con l’altro prima ancora che con se stessi, è stato per noi uno degli esempi di un’era pioneristica in cui l’editoria dei “protagonisti editori” imprimeva segnali e non si limitava solo a riceverli.

Farsi linguaggio vivo, corpo e voce di una letteratura attiva, che sarebbe rimasta altrimenti solo metodo, posizione, potere, vivere il ruolo di intellettuale-editore in tutta la sua piena compromissione, trattando i libri con «soggettività amorosa fatta di attrazioni e ripulse istintive», ricorda Ferrero. Tutto questo fu Vittorini. La sua personalità di autore ed editore non arrivarono mai a un’assoluta integrazione ( l’autore non contamina il giudizio critico al mero fine promozionale editoriale) né a una temporanea alternanza (il silenzio d’autore non abbandona l’indagine letteraria dello scrittore): l’una semmai diremo diviene armonicamente progettazione ulteriore dell’altra. Ed è ciò che abbiamo tentato di evidenziare e più volte sottolineare.

Come scriveva nella famosa Nota1940 in calce alla sua Conversazione: «tutti i manoscritti immagino vengano trovati in una bottiglia», sta poi a chi li trova decidere di rispondere al mittente e ridestinarli al presente, insomma darne un senso, una definizione morale in quel preciso istante dove la sorpresa fremente di una scoperta si trasforma in appagamento di una mancanza.

Ne lanciò e ne ricevette tanti di segnali in bottiglia Vittorini: dal «Politecnico» al «Menabò», passando per quei «Gettoni» degli italiani che furono tanto fastidiosi e pungenti da crearsi il concorrente «Tornasole» mondadoriano di Gallo e Sereni, quanto dispendiosi e velleitari da rimanere esclusi dal crescente mercato del boom. Erano i primordi dell’industria culturale, cui Vittorini guardò come mito, ma dalla quale fu bloccato per quel suo rovello di critica sempre agguerrita, sempre insoddisfatta e stufa del mondo da impedirgli alla fine di abbracciarla del tutto. Erano gli anni in cui uscivano i primi risvolti di Attilio Bertolucci per Garzanti e di Giorgio Bassani per Feltrinelli, mentre via Biancamano si apriva al romanzo contemporaneo con “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola, “einaudizzando” nomi come Sciascia e Gadda, Queneau e Barthes. Da notare, ancora una volta, che il primo, Cassola, fu un gettonista, l’ultimo, Barthes, l’autore che Vittorini si premurò vivamente di pubblicare con “Elementi di semiologia” nella collana “Nuovo Politecnico” (delineata da Giulio Bollati e varata nel ’65 con un nome tipicamente vittoriniano). Il volume uscì nel 1966 quando Vittorini era già morto. Ma questa è tutta un’altra storia.

La sua figura, ora notevolmente studiata e commentata, rimane insomma incorniciata in un preciso Novecento, eppure sembra non essere mai possibile liquidarla con semplificazioni e date, perché quel suo sguardo sorridente e dialogante ritorna sempre nuovo e moderno, sempre plasmabile, come un ritratto che ha il suo fascino misterioso in linee interrotte e incomplete.

Tra i transfughi militò in esperienze ideologiche, politiche, culturali e letterarie diverse, ed è questa contraddittorietà e tensione che ci piace: la volontà di essere ed esistere in nature diverse perché spinto da interessi e desideri diversi.

«tutte le volte che il mio interesse a scrivere lascia sussistere senza assorbirlo ed esaurirlo qualche mio altro interesse, allora è questo mio altro interesse che ha la prevalenza e rende il mio scrivere secondario».

( Intervista 1965, Diario in pubblico, 1970, p.515, in G.C. Ferretti, L’editore Vittorini, 1992)

È diventato – e forse se ne sarebbe presto lagnato- egli stesso un “classico” della storia letteraria ed editoriale, ma non di quelli da talismano che si ha paura quasi di citare, ma di quelli piuttosto cui non si può rimanere indifferenti, di quelli che non si finisce mai di rileggere una volta scoperti, di quelli inaspettati ma che persistono unici nel brusio di un’attualità obsolescente. Di quelli che non servono a qualcosa, ma diciamo che saperli è meglio che non saperli

La nostra spassionata indagine allora non è una Fine da punto fermo, piuttosto di sospensione: a caccia cioè di un nuovo inizio. Di un nuovo “classico” che freme di essere scovato, e se ne sta lì come il ritratto di Vittorini che Guttuso ritrae assorto in attesa di un risveglio.

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Risvolti e risvoltisti. La bella era

di Marta Occhipinti
2.9:

Vittorini e i “gettoni”, la bella era: l’ultima parola?

1 / La bella era / Intro

2.1 / Elio Vittorini, scrittore-editore

2.2 / Vittorini e i Gettoni Einaudi

2.3 / Vittorini, Calvino, i Gettoni Einaudi

2.4 / Vittorini e i libri degli altri

2.5 / Vittorini e il pubblico dei Gettoni

2.6 / Vittorini editore iperlettore

2.7 / I Gettoni Einaudi: editing e maieutica

2.8 / I Gettoni al tramonto

 [ Con matematica precisione Marta Occhipinti conclude la sua indagine critica su Vittorini e i risvolti dei Gettoni Einaudi pochi giorni prima che FN sospenda le serie consuete per la pausa estiva.
Sono molto contento e orgoglioso di aver pubblicato questa serie e spero che Occhipinti nei prossimi mesi sappia trovare nuovi campi di indagine in questo filone, poco esplorato e conosciuto, della storia dell’editoria italiana.
Ne sono contento per molte ragioni; una delle ambizioni di FN è di creare dei fondachi di materiali di storia dell’editoria che siano svincolati dall’attualità, sempre a disposizione per chi navighi in rete. Si dice sempre che in rete c’è tutto, nel piccolo ambito in cui FN si muove quando si occupa di editoria viene da dire che non ci sia niente. Non ci sono immagini, non ci sono dati organizzati, c’è solo un gran paciugo o lacerti di testi settoriali la cui capacità comunicativa è drasticamente depotenziata nel passaggio dal cartaceo al digitale.
Spesso prendo in giro Occhipinti dicendo che scrive di storia dell’editoria come se abitasse nel mondo di Holly Hobby, ma come lei sa io trovo che questa sia la sua straordinaria forza. Precisione e rigore scientifico uniti a spregiudicatezza di linguaggio; nessuno avevo letto mai che riuscisse parlando di editoria storica a usare così tanto le parole amore, innamoramento e sentimento. Occhipinti riporta alla luce e rinomina la passione, anche fragile e ingenua, che informa le scelte intellettuali.
Questo si vorrebbe sempre fare su FN.
]

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