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Il Salone del Libro di Torino 2017, di Paolo Armelli

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Editoria, signora mia

di Paolo Armelli

6, Il ruggito del Salone

Riassunto del riassunto delle puntate precedenti: fino all’anno scorso c’era un Salone del Libro che si teneva a Torino, poi l’Associazione Italiana Editori e i grandi gruppi (Mondadori, Gems ecc.) hanno compiuto lo scisma e hanno voluto creare una fiera a Milano, che lo scorso aprile è andata così così (vedi ESM/6). Il Salone invece a Torino si è fatto lo stesso, dal 18 al 22 maggio.

Ed è stato un successo. Tantissima gente ovunque, molti giovani e molte scolaresche, energia frizzante ed entusiasmo diffuso. In particolare i Torinesi hanno risposto con un moto di orgoglio e si sono attivati abbracciando il Salone con rinnovato slancio. E anche gli editori partecipanti hanno fatto tutto con nuova linfa e nuova determinazione. Durerà?

I dati ufficiali: 165.746 visitatori in totale, di cui 140.746 solo ai padiglioni del Lingotto, cioè 38mila in più rispetto al 2016 (a Tempo di Libri sono andati fra i 70 e gli 80mila visitatori), vendite in aumento del 20-30% per gli espositori.

Andava tutto bene, quindi? Ovviamente no: il Lingotto ha strutture ricettive pessime, i bagni son quel che sono, il primo giorno tutti i presenti hanno fatto la sauna, file infinite agli accessi in particolare per allestitori e relatori, all’International Book Forum mancavano sedie e tavoli, la gestione della stampa è sempre un po’ basic (per fortuna che c’è il Circolo dei lettori con il suo lounge) ecc. Ma pare che quest’anno ci siamo passati sopra un po’ tutti.

Il fatto è, in sostanza, che il Salone del Libro è il Salone del Libro. Fino all’anno scorso ci venivamo tutti lamentandoci, quest’anno ci siamo lamentati un po’ meno perché era doveroso e appunto perché la risposta soprattutto del pubblico è stata sorprendentemente positiva, dunque qualcosa di buono c’è. Tempo di Libri (che a livello organizzativo era migliore) ha avuto il pregio, se non altro, di risvegliare gli animi sopiti degli organizzatori del Salone e speriamo che l’uscita dal torpore continui spedita.

Le code, le code immense per entrare agli eventi: una cosa che lì per lì ti sale la rabbia, ma poi il cuore ti scoppia dalla gioia che ci si accalchi per sentir parlare questa strana specie protetta che sono gli editori.

Nicola Lagioia, curatore del programma del Salone, sul fatto che la torinese Einaudi fosse presente solo con un piccolo stand (fra l’altro della sua catena libraria Punto Einaudi): “Non ci saranno più ragioni per non essere qui, e questo vale per tutti quelli che quest’anno non sono venuti. Li aspettiamo a braccia aperte. Due Saloni in date così ravvicinate hanno fatto male agli editori”.

Alla fine han fatto il botto quegli editori che hanno scelto di essere da tutte due le parti (Feltrinelli, Marsilio, NNeditore, La nave di Teseo ecc.).

Avvistati radical-chic disorientati vagare per il Salone alla ricerca dello stand Adelphi, che quest’anno non c’era.

C’è chi dice che anche il programma di incontri non fosse proprio straordinario e alla fine né Lagioia a Torino né Valerio a Milano siano riusciti ad uscire dalla logica della classica “presentazione”. Ma i grandi nomi qui si spendevano: Richard Ford, Annie Ernaux, Daniel Pennac, Mathias Enard, Cees Nooteboom, oltre agli immancabili Corona, Saviano, Baricco.

A proposito di Baricco, il quale prima dell’inizio del Salone era sicuro del suo successo perché “è un brand come la Nutella”: sabato sera all’ex Mirafiori, suggestivo spazio post-industriale, ha tenuto un reading su Furore di Steinbeck accompagnato dalla musica di Bianconi dei Baustelle, evento che la stampa ha subito ridefinito “rave letterario”. Diventava un rave se si resisteva più di 20 minuti, immagino.

Situazione feste: venerdì sera quella di minimum fax è sempre una certezza, talmente gettonata che forse ormai la location ha raggiunto la capienza massima e la coda fuori supera il tempo di permanenza; la Holden, sabato sera, ha superato sé stessa sfruttando a dovere l’immaginario psichedelico dell’imminente ritorno di Twin Peaks, al netto della musica che sembrava venuta direttamente dalla Loggia Nera.

Situazione suore: avvistate parecchie, ovviamente a corredo dei vari stand massoni e vaticani.

Situazione showcooking: lo spazio dedicato ai libri di cucina era piuttosto ampio, ma niente odore di soffritto in giro, per fortuna.

Lodevole iniziativa di e/0 che, grazie alla sua imprint anglofona Europa Editions e un’altra casa editrice americana, la Other Press, ha organizzato uno stand dedicato alle librerie indipendenti americane. Non solo in questi anni stanno crescendo a dismisura ma, dopo Trump, stanno diventando un’ancora di salvezza per cittadini smarriti e veri propri hub culturali.

A proposito di editori indipendenti: dicheno che una casa editrice sempre più intenta a spiegare le vele stia pensando di acquisire una piccola concorrente con problemi&trascorsi.

Alberto Forni: “Belle le fiere dei libri se non fosse appunto per quella cosa lì dei libri”.

Nota giornalista italiana presenta un nome nuovo della saggistica internazionale spiegando che “il difetto principale del giornalismo italiano è che il giornalista non esce mai dall’inquadratura”, e poi prima di cedere la parola all’autrice parla per venti minuti lei.

Nei giorni del Salone è uscita la versione rinnovata di TuttoLibri, con una copertina non proprio convincente e un impianto sostanzialmente identico. Ma rimane uno dei migliori inserti culturali.

Mara Maionchi, ospite alla presentazione di Maria Accanto di Matteo B. Bianchi (Fandango): “Spero proprio che non esista la reincarnazione sennò mi tocca tornare a incontrare pirla per millenni”.

Scrittore siciliano, presentando il suo libro: “Sapete, scrivo nel modo in cui i gatti vomitano quelle palle di pelo accumulate nelle settimane e settimane in cui si sono leccati il pelo: sono cose immonde ma sentiamo la necessità di buttarle fuori”. Ok.

Il Saggiatore ha fatto una scelta coraggiosa e, in uno stand volutamente minimal, ha portato quest’anno al Salone solo un titolo, o meglio i quattro volumi che compongono l’Epopea Americana di Joyce Carol Oates.

Ma quindi l’anno prossimo che succede? Il Salone tornerà bello orgoglioso fra il 10 e il 15 maggio 2018. Per Tempo di Libri invece il destino è più incerto: di sicuro cadranno teste (in lizza alla presidenza dell’AIE c’è Ricardo Franco Levi, già autore della più recente legge sull’editoria), mentre per le date c’è ancora confusione e le ipotesi si susseguono di assurdità in assurdità.

Intanto pare che si siano venduti tanti libri (Pennac prima fra tutti), il che è un bene. No?

Editoria, signora mia

di Paolo Armelli

5, Tempo di Libri, prima del Salone

4, Robinson, nell’affollata penisola

3, Salone del libro 2016, ultimo giorno

2, Bookcity 2015

1, Mondadori compra i libri di Rizzoli

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