Non starò a raccontarvi delle storie

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io devo

about, 1.2.011

C’era nel fotografarmi un disagio, una vergogna. La vanità era un male in famiglia. Siamo stati educati a smorzare, a non credersi niente più che poco. Nostra madre si vestiva molto bene, ricordo dei vestiti di Pucci, di Roberta di Camerino, i gioielli, che, diceva, vestiva per dovere, per nostro padre, per noi; si lamentava della fatica che questo le costava. Tutto era sacrificio in casa. Il piacere era volgare, l’abbandono stigmatizzato. Per godere di qualcosa ci si doveva nascondere, nostra madre in giardino, nostro padre in barca, noi in bagno -nascondevamo i Topolini nel corpo cavo del bidé. Godere sarebbe stato fare torto agli altri, umiliarli. Pensavano, i nostri genitori, che tutto fosse in fondo vano e che l’unica scappatoia al senso spaventoso della vanità delle cose e dell’esistenza stesse nel dovere, verso gli ideali politici, etici, verso i dipendenti, verso i colleghi, verso i pazienti, verso la famiglia, verso i figli. Tutto può essere sacrificato al compimento del proprio dovere, perché la logica dice che, essendo la vita vana, il prezzo non può che essere basso, non c’è perdita che valga dolore. Ciascuno in base al suo talento, che, dono di Dio e del caso, va coltivato, affinato e non disperso, affiché si possa compiere il proprio dovere secondo il massimo delle proprie capacità, e sfuggire, per un attimo, al senso di vanità dell’esistenza. Compiacersi del proprio aspetto, indulgere su di sè, evocava quella transitorietà intollerabile che la vita afferma ogni giorno, minando la propria resistenza alla morte. Io, e tutt’ora, mi fotografavo per cercare di capire.

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