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Robinson, nell’affollata penisola, di Paolo Armelli

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Editoria, signora mia

di Paolo Armelli

4, Robinson, nell’affollata penisola

 

 

Domenica scorsa in allegato a Repubblica è uscito il primo numero di un rinnovato inserto culturale che prende il posto del tautologico La Domenica. Si tratta di “quaranta pagine di storie, critiche, appuntamenti, esperienze, luoghi, racconti, persone, dialoghi”, dicono i lanci ufficiali.

Il rinnovamento avviene soprattutto da un punto di vista grafico, perché nella squadra di Repubblica è arrivato Francesco Franchi, geniale (e giovane) talento creativo, pluripremiato per il suo notevole lavoro per IL, mensile del Sole 24 ore. (Il suo nome è riportato, in piccolo, solo a pagina 37. Nessun altro riferimento di colophon.)

Che cosa significa, poi, inserto culturale oggi? (vedi sotto)

Fra gli articoli principali le firme sono di: Roberto Saviano, il direttore Mario Calabresi, Alessandro Baricco, Haruki Murakami, Natalia Aspesi. Il rinnovamento che ti sbatte in faccia, praticamente.

La grafica – in particolare la scelta dei font – è molto bella, lavora su elementi che facevano parte dello stile delle riviste culturali negli anni 60-70. L’impressione però è che sia sottoutilizzata, spezzettata com’è fra i numerosissimi articoli (tutti piuttosto brevi e a sé stanti). Anche le illustrazioni di nomi notevoli (Igort, Emiliano Ponzi, Luca Font) sono un po’ sacrificate allo strapotere del testo.

Poi, intendiamoci, su un giornale è (abbastanza) giusto che la priorità vada al testo. Però ci si chiede se puntare su un alto numero di articoli, tutti piuttosto brevi e autonomi, abbia ancora senso dato che esiste l’Internet. Non eravamo nell’epoca dei long form?

Lodi per aver tradotto un fondamentale pezzo di Toni Morrison, scritto per il New Yorker all’alba della vittoria trumpiana (e qui tradotto da Fabio Galimberti): “La comodità di essere “naturalmente migliori di” è qualcosa a cui è difficile rinunciare. La sicurezza di non essere guardati con diffidenza in un grande magazzino, di essere il cliente preferito nei ristoranti di lusso: queste inflessioni sociali, che fanno parte della whiteness, sono avidamente apprezzate. Le conseguenze di una fine del privilegio bianco fanno talmente paura che molti americani sono migrati in massa verso una piattaforma politica che supporta e traduce in forza la violenza contro gli indifesi”.

Si ha come l’impressione che a Fofi Robinson non sia piaciuto: “La prima constatazione è che la montagna ha partorito un topolino. Ma no! Si tratterebbe ancora di qualcosa di vivo; la montagna ha partorito invece una marea di insettucci fitti fitti, che si accavallano ordinatamente nelle gabbie previste da un grafico demenziale, pagato certamente, per quest’orrido progetto, a peso d’oro”.

Bella l’idea di affiancare alle solite classifiche di vendita delle specie di playlist più disparate: i vini all’asta Bolaffi, i documentari scientifici su Netflix, le sigle dei programmi tv (sì, ma “Cicale” solo al 3° posto è inaccettabile).

Ancora Szymborska, seriamente?

Lia Celi, su Twitter: “Credevo che il nuovo inserto di Repubblica #Robinson si rivolgesse alle signore attempate che concupiscono laureati. E invece libri, uff”

Due delle cose migliori di tutto l’inserto sono un pezzo di Smargiassi sugli zerbini e una rubrica di James Clough sull’insegna di un panificio di Pisa. Segnale che forse innovazione significa guardare la cultura dai suoi pertugi laterali.

Come dice Nico Morabito, le 40 pagine di Robinson sono frutto della “tendenza molto italiana a una copertura il più possibile esaustiva che lasci un senso di pienezza anche solo dopo una sfogliata superficiale”. Eppure manca qualcosa da poter ritenere davvero essenziale.

Che cosa significa inserto culturale oggi? Risposta facile: niente, perché non significa nulla nemmeno cultura, oggi. Risposta difficile: pare sia un genere di rivista giornalistica difficile da innovare, perché intrinsecamente attorcigliato all’identità totemica che nei decenni gli si è costruita attorno. (Pensate a un inserto culturale che non abbia le classifiche, o gli interventi degli scrittori, o che non parli di teatro: paradossalmente sarebbe già qualcosa, no? Si sarebbe costretti a cercare nuove strade, no?).

Mica è facile, immaginarsele, nuove strade. Ancora più difficile realizzarle.

Siccome ogni inserto culturale deve – per un’altra delle sue paradigmatiche caratteristiche fossilizzate – portarsi dietro un dibattito culturale (cos’è un dibattito culturale? vedi sopra), forse l’inserto si giudica dalla qualità stessa del dibattito che genera. Non esaltante, si direbbe per Robinson.

A proposito di dibattito e polemiche: all’annuncio della nascita di Robinson si è anche detto che una rubrica sarebbe stata affidata a Maria Anna Patti, la tenutaria dell’account Twitter Casa Lettori, seguitissimo (quasi 50mila follower – per un account culturale [vedi sopra] un’enormità), che posta citazioni, retwitta copertine, fa interviste in 140 caratteri ecc. Molti – compresi il sottoscritto – hanno ironizzato sulla cosa, alludendo a criteri di formazioni facilotti, piegati all’onda dell’entusiasmo da sosciàlmidia. Eppure la sua prima rubrica è impeccabile, ben scritta, su un titolo peraltro insolito (Charlotte Brontë, Ma la vita è una battaglia, L’Orma). Ci saremo davvero tutti sbagliati?

L’avevate capito che si chiama Robinson anche perché Repubblica ha già (Il) Venerdì? Io ci ho messo un po’. Potrebbe aver ragione Mario De Santis, sempre su Twitter: “Come la letteratura ci ha insegnato, resta più interessante Venerdì che #Robinson”.

p.s. Quella cosa di fotografare i libri su di uno sfondo monocromatico io l’ho già vista da qualche parte.

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Editoria, signora mia

di Paolo Armelli

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