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La scienza felice, di Giovanna Zoboli

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di Giovanna Zoboli

9 / La scienza felice

Quest’estate, in un bosco, durante una camminata, ho visto un grosso volatile, nero come un corvo e più o meno delle dimensioni di un corvo. E tuttavia non si trattava di un corvo come indicava la sommità della sua testa, rossa fiammante. Mai visto niente di simile.

Appena tornata a casa, sono corsa a consultare “Guida degli uccelli d’Europa. Atlante illustrato a colori dotato di 1100 illustrazioni, 70 disegni e 600 cartine” scritto da Peterson, Mountfort e Hollom, libro che dagli anni Novanta si occupa di dare nomi e risposte ai miei avvistamenti ornitologici, con pochissime eccezioni. L’ultimo fra questi è stato un ibis, incontrato quest’inverno nei pressi di Voghera. Siccome l’ibis è quell’uccello africano la cui forma è nota al mondo per via dei geroglifici, ho recepito la sua apparizione come enigmaticamente incongrua. Anche se, poi, su un sito di avifauna locale ho scoperto che l’ibis sverna anche nel nord Italia e infatti qualche mese dopo sono incappata in un stormo pascolante in un campo della bergamasca.

L’uccello col cappello rosso fiamma, invece, ho poi scoperto essere un picchio nero maschio, mica tanto facile da avvistare da noi, perché il suo areale europeo lambisce appena la parte nordorientale della nostra penisola. 
Peterson, Mountfort e Hollom corredano la presenza di ogni volatile di dettagliate schede che ne descrivono compiutamente aspetto, comportamento, habitat e dislocazione geografica. Il rosso della testa del mio picchio, per esempio, in queste pagine è definito “carminio”. E il suo volo «pesante e leggermente ondulante». Vero: infatti quello da noi avvistato volava come fosse un po’ ubriaco.
 Quel che di queste schede mi seduce di più è la sezione “voce” in cui il lettore è invitato a riconoscere gli esemplari avvistati dai versi e dai suoni emessi.
Per quanto riguarda il picchio nero si tratta di «un forte e fischiante kilia e un acuto, grattante krri-krri-krri-krri; oppure di uno stridente, squillante ciok-ciok-ciok, espresso in volo».

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Tutte le volte che mi imbatto nella descrizione di uno di questi versi – un forte gracidante catar-catar; un aspro, crescente zhri; un rapido, gutturale ke-ke-ke-ke-ke-kekau-kau-kaup-kaup-kaup; un ritmico teet, teet, teeteroititt; un ovattato, metallico konk – gioisco. E penso che la fiducia di Peterson, Mountfort e Hollom nella traslitterazione della lingua degli uccelli riveli un’incantevole disposizione alla fiaba musicale, benché del tutto involontaria, pervasa com’è di quell’ingenuità un po’ autistica tipica di certi amanti delle scienze.
Io non ho mai riconosciuto un uccello grazie agli eleganti versi che questi tre signori attribuiscono alle specie, ma sono certa che uno dei volatili più affascinanti della storia della letteratura, l’Uccel bel-verde, che nidifica nella “Fiabe Italiane “di Italo Calvino, a questa incantatoria lingua di asprezze crescenti e gracidanti, note ritmiche e ovattate, accenti metallici e gutturali debba aver fatto ricorso per annunciare le malefatte familiari di cui è latore al termine della fiaba che lo vede protagonista.

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Nel capitolo 4 di “Gli imperdonabili” che si apre con la domanda: «Dove dunque cercare lo scrittore?» Cristina Campo, dopo aver identificato lo stile con la virtù polare capace di restituire la vita in un sentimento rarefatto e intensificato, segnala che i luoghi del suo manifestarsi sono spesso extra letterari: una guida turistica di Urbino, la relazione di un esperto del Tesoro americano, certi dizionari, alcuni trattati. 
E specifica: «Senza pretendere agli splendori di un Buffon, è raro che in un trattato di zoologia anche moderno non si godano verbalizzazioni perfette con le quali pochissimi scrittori saprebbero stupirci. (Descrizione di alcune civette: “Un profondo ma breve ululo di due sillabe, la seconda spegnendosi lentamente decrescente, qualche volta seguita da un calmo risolino gutturale… Un altro, starnutito latrato… Un netto e abbaiante uirro, ecc”. Descrizione di una rosa: “Bocciolo affusolato e perfetto, turbiniforme, che si apre in fiore sempre solitario, dai petali vellutati convessi ai bordi. Color giallo-salmone, che sfuma in camoscio ramato alla giuntura del gambo. Portamento eretto, fogliame abbronzato.”»
La prima descrizione riportata dalla Campo proviene dal già citato Peterson, Mountfort e Hollom, la seconda da un catalogo dei vivai Sgaravatti.

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All’epoca in cui Ippolito Pizzetti collaborò con l’editore Muzzio, inventando la bellissima collana “il corvo e la colomba”, nome che deriva dal racconto biblico sul diluvio, le librerie ebbero uno scaffale natura in cui le ragioni della letteratura trovarono un coronamento ideale nella visionaria pignoleria di scienziati e naturalisti.
Pizzetti selezionava libri bellissimi, scritti da individui che, come J.A. Baker, autore di “Il falco pellegrino”, rimanevano lunghi inverni appostati nelle brughiere inglesi a osservare rapaci (oltre a qualche altro migliaio di uccelli lì nei paraggi), cosa che dava loro il tempo necessario per formulare incipit di diario folgoranti, come questo: «Tutta la terra aveva uno splendore giallo oro, bronzeo e rosso ruggine, un brillio di acqua chiara, sotto la salamoia della luce autunnale. Il pellegrino sprofondava in azzurri abissi, attirando più in alto gli stormi di uccelli. Costellazioni di pivieri dorati brillavano remote sopra di loro; più in basso orbitavano gabbiani e pavoncelle; colombi e anitre e storni frusciavano negli strati inferiori. Una nuvola temporalesca è sbocciata dal limite settentrionale della valle e, lentamente, si è schiusa in mezzo al cielo. Il pellegrino girava in cerchio sotto di essa, stretto in pugni neri di storni. S’è liberato con selvagge scudisciate e superbamente è venuto verso sud, innalzandosi sull’orlo incendiato della nuvola nera, scuro contro l’abbacinante chiarore del sole che vi fluttuava sopra.»

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O come l’etologo Bernd Heinrich che, un giorno, mentre in un prato studiava i bombi, dei quali aveva cominciato a notare il temperamento capitalista, si imbatté in alcuni corvi imperiali che facevano cose tanto strane per essere solo due uccelli – spartirsi il cibo come in una comunità retta da principi comunisti -, da costringere Bernd a cambiare per sempre oggetto di studio. “Corvi d’inverno” il libro che raccoglie le sue osservazioni, nell’introduzione riporta alcune delle ragioni personali che lo portarono ad amare questi uccelli:«I corvi imperiali sono a proprio agio ovunque. Hanno un solo nemico: gli esseri umani. […] I miei contatti con questo uccello sfuggente iniziarono quando io e la mia famiglia vivevamo da rifugiati politici in una capanna di un solo locale nel profondo di una riserva nella foresta tedesca alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Là per la prima volta giunsi ad amare i corvidi . Non avevo ancora dieci anni, e non possedevo molti giocattoli, ma avevo il miglior passatempo che un ragazzino possa desiderare: una cornacchia addomesticata. L’avevo allevata ancora implume, e da allora ho posseduto in diversi periodi corvi e cornacchie domestici. Come taluni hanno bisogno di tenere un cane o un gatto, io ho bisogno di tenere un corvide. A quel tempo, tra il 1944 e il 1950, la vita era per noi una continua avventura. Un giorno io e mia sorella Marianne stavamo camminando sulla stradina sabbiosa attraverso una macchia di abeti, diretti alla scuola del villaggio. Avevamo paura dei cervi e dei cinghiali, e quando udimmo un cupo gracchiare e vedemmo grandi uccelli neri emergere dal boschetto, non ci sentimmo meglio. Ovviamente ne parlammo con i nostri genitori, e il babbo comprese il significato di quel che avevamo visto. Eravamo come Elia in un luogo selvaggio, e i corvi ci stavano portando il cibo, ma solo perché avevamo ascoltato il loro “messaggio” che era “cibo qui”. Si trattava di un cinghiale. Una volta fritto fu la cosa più deliziosa che mangiammo per molto tempo.»

Su tutti però il mio libro preferito della collana era “La Casa di Elrig” in cui Gavin Maxwell racconta la sua infanzia di aristocratico britannico cresciuto in una casa persa nel nulla nel selvaggio Galloway, secondo i principi spartani della madre, che detestando il proprio milieu sociale, aveva deciso di affidare i figli, come capita a volte agli inglesi, alla dura, ma ben più interessante scuola della Natura. Che, come si evince da questa pagina era abitata, al contrario dei college, da mirabili creature: «Uno dei nostri animaletti più strani e più fuori dal comune, che venne ultimo della serie, fu un giovane airone. Nei desolati Mochrum Lochs vi erano sparse isolette rocciose coronate da ciuffi di pini scozzesi, e una di queste isolette ospitava una numerosa colonia di aironi.. […] Anche se la nostra preda in questa spedizione doveva essere costituita dalle grosse uova azzurre per una collezione che era ormai diventata il centro delle nostre vite, il primo nido fino al quale mi arrampicai conteneva tre goffi, panciuti pulcini e scarsi di piume. Sedevano eretti, con tutta la lunghezza delle loro zampe, dal ginocchio in avanti, evidentemente protesa. Avevano un’espressione oltraggiata, coi lucenti occhi gialli rabbiosi dietro i becchi affilati, sotto la massa irsuta di piume grigie come capelli dritti sulla testa. Uno di essi si piegò in avanti e con un certo deliberato disprezzo vomitò una grossa anguilla parzialmente digerita dritto sulla mia faccia.»

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Anche W. H. Hudson, magnifico narratore di “Verdi dimore”, tradotto in italiano da Eugenio Montale, nonché appassionato ornitologo, in “Il libro di un naturalista”, altro volume di questa collana, sembra non fare altro che incontrare sul suo cammino pennuti e animali di vario tipo: «Ho conosciuto e conosco molte colonie di aironi sparse in tutta l’Inghilterra, ma quella che più mi piaceva visitare si trovava in un boschetto, in una campagna piatta e verde nel distretto del Norfolk Broads. Era una colonia grande, ricca di circa settanta nidi abitati  – molti di loro enormi e assai vicini gli uni agli altri, tanto da sembrare una colonia di cornacchie giganti. E aveva avuto una storia turbolenta, come quella di un’antica città del Norfolk in un passato assai remoto, quando i sassoni e i danesi erano ai ferri corti. Questa colonia di aironi, infatti, era nata e cresciuta accanto a una vecchia e popolosa colonia di cornacchie, e le cornacchie odiavano gli aironi, e li aggredivano e demolivano i loro nidi, e li perseguitavano escogitando ogni sorta di cattiverie da cornacchie; ma gli aironi si rifiutarono di andarsene, e alla fine le cornacchie, incapaci di tollerarli, spostarono la loro colonia un po’ più in là e si ebbe una spiacevole sorta di armistizio tra i grandi e ostili uccelli neri e i loro spettrali vicini grigi dai lunghi becchi affilati molto poco spettrali.»

Oltre alle su citate nozze fra natura e letteratura descritte dalla Campo, credo che una delle ragioni fondamentali del fascino che questi libri sprigionano sia l’abbondanza di occasioni in cui il selvatico entra come vera e propria epifania nella vita umana.
C’è stata un’epoca nella mia vita, più o meno fra le elementari e il liceo, in cui il mio più grande desiderio era imbattermi in animali selvatici dei quali poi, secondo la mia idea, avrei dovuto occuparmi, diventando, elettivamente, a forza di incontri, una sorta di naturalista. Ero rimasta vittima di “L’anello di Re Salomone”, uno fra i pochissimi gioielli che abbia mai desiderato davvero, libro nel quale Konrad Lorenz, padre dell’etologia, come un pifferaio magico andava raccontando magnifiche storie di corvidi, ma soprattutto di oche selvatiche, uccelli che da quel giorno si insediarono regalmente nel mio immaginario. Del resto, chiunque abbia visto un’oca selvatica, sa di che animale meraviglioso si tratti. Il mio battesimo avvenne nello Yorkshire, ma non era una, erano qualcosa come un migliaio: coprivano il pendio di una collina, e credo di aver visto raramente qualcosa di altrettanto magnifico. Per anni, da ragazzina, sognai di possederne, come Lorenz, una intera covata e di condurre le mie giornate nuda sulle rive del Danubio come aveva fatto lui: «In quella prima estate ho trascorso una incredibile quantità di tempo con i miei dieci piccoli e ho imparato da loro un’enormità di cose. Che scienza felice quella che ci costringe a compiere una parte essenziale delle ricerche gironzolando liberamente sulle sponde del Danubio, nudi, in compagnia di un branco di oche selvatiche! Io sono una persona molto pigra e la mia pigrizia mi rende assai migliore come osservatore che non come sperimentatore. Se qualche volta lavoro veramente, lo faccio solo sotto la pressione del più rigoroso imperativo categorico kantiano, ma ciò è del tutto contrario alle mie tendenze naturali. L’aspetto più straordinario di questa attività, che consiste semplicemente nel vivere assieme agli animali selvatici e nell’osservarli, è il fatto che gli animali stessi sono così meravigliosamente pigri: all’animale è assolutamente estranea la folle smania di lavoro dell’uomo moderno, cui manca perfino il tempo per farsi una vera cultura.»

Abitando in una città i cui cieli non prevedevano né oche né taccole, feci buon viso a cattivo gioco, e trascorsi una frenetica stagione raccogliendo gatti e piccioni malandati, unica fauna disponibile allora a Milano, afflitta da sciami di mali, che tuttavia io e i veterinari della clinica universitaria di Città Studi affrontavamo impavidi. A forza di vedermi capitare nei loro ambulatori con fra le mani casi disperati, si erano abituati alla mia presenza e non mi facevano pagare le visite.
Benché in seguito la vita mi abbia portato a occuparmi di altro, l’interesse e soprattutto una sconfinata curiosità nei confronti degli animali e delle piante mi è rimasta. L’attenzione che ho sempre rivolto loro credo sia stata ripagata con una serie di apparizioni: vere e proprie visioni a cui spesso mi capita di ritornare col pensiero, come se quelle enigmatiche intrusioni di selvatico nel quotidiano, fossero frasi frammentarie orecchiate da un più vasto discorso che trascorre fra cielo e terra, giorno e notte, al di sopra della mia testa nonché della mia possibilità di coglierne il senso.

Da piccola ricordo perfettamente, durante una gita per i vicoli deserti e assolati di Sermoneta, un corvo imperiale, cupo e lustro, che procedeva dondolante, un passo dopo l’altro, su per antichi gradini di pietra, colloquiando fra sé e sé con la proprietà di linguaggio di un granduca e l’umor nero di un professore. 
In viale Isonzo, dove abito, un giorno trovai a filo di marciapiede una meravigliosa penna blu elettrico e rosso fuoco e mi chiesi da quale inconcepibile uccello in volo su Milano fosse piovuta. L’ho messa in una vetrinetta, e ogni tanto la osservo, cercando di fare mente locale riguardo a tutto ciò che evidentemente accade, senza che io ne riceva comunicazione, a oltre venti metri dalla sommità del mio capo.
Un pomeriggio di molti anni fa, quando ancora abitavo con i miei genitori in una anonima e desolata strada nei pressi di piazza Loreto, mi accorsi di tre uccelli vestiti a festa, la gola rosso sangue, che, nel giardino condominiale volavano da un albero all’altro sempre secondo lo stesso schema, come chiusi in una ipnotica filastrocca ripetuta alla nausea. Erano tre cardellini: mai visti prima a Milano e mai più visti dopo. Rimasero per due giorni e poi scomparvero senza lasciare traccia, se non nella mia memoria.
Poiché in quel giardino, per quanto piccolo e privo di attrattive, comparivano cose abbastanza straordinarie, un giorno apparve anche un canarino. Appena lo vidi, mi venne naturale chiamarlo, avendo appreso la sua lingua da mio nonno di Parma che intratteneva quelli allevati da mia nonna in una grande gabbia provvista di tutti i comfort, con una imitazione perfetta del loro trillo. Infatti, immediatamente l’uccello, richiamato, planò sul balcone, accanto a me, senza tuttavia lasciarsi toccare. Disorientato e spaventato, ripeté il tragitto balcone-siepe alcune volte, finché non mi decisi a scendere in giardino, infilare la mano nella siepe e afferrarlo, cosa che lui mi lasciò fare senza opporre resistenza. Non sapendo bene che fare di quella cosa esausta che avevo fra le mani il cui cuore impazzito mi sembrava far tremare l’intero quartiere, mi venne in mente il nostro calzolaio, grande allevatore di uccelli. Li teneva in negozio, in una enorme gabbia sfolgorante di voli e trilli in quell’antro scuro, anacronistico e disordinatissimo, che pareva uscito da un fiaba di Andersen. Il canarino smarrito vi fu accolto, naturalmente, con tutti gli onori. Pochi giorni dopo la sorte apparecchiò un magnifico lieto fine, per lui. Perché il suo proprietario, cliente anch’esso del ciabattino, nel ritirare un paio di scarpe risuolate, lo riconobbe e ne rientrò in felice possesso.
Vi sono infine, altre due apparizioni, misteriose quante altre mai, entrambe in corso Lodi. Qualche anno fa, lungo la ciclabile che va verso piazza Corvetto e Chiaravalle, trovai una beccaccia morta: bellissima, integra, col lungo becco, le penne striate, gli occhi chiusi di dormiente. Mi chiesi come vi fosse arrivata, a pochi passi non da una foce, ma da un Carrefour, e come vi fosse morta. Non avevo ancora smesso di chiedermelo che nello stesso punto, due settimane dopo, apparve un grande pappagallo verde smeraldo che procedeva solennemente sul selciato, eretto, affranto, irritato, seguito da due filippini che cercavano di acciuffarlo. 
Così ipotizzai che, di tanto in tanto, in quel punto, una corrente di materia animale eccezionalmente desse spettacolo sotto forma di volatile raro.

Notizie da nessun luogo

di Giovanna Zoboli

[Questo titolo è rubato a William Morris che nel 1891 pubblicò il romanzo utopico, News from Nowhere. Mi sono resa conto che negli anni ho accumulato una quantità di ricordi legati soprattutto a luoghi. E questi ricordi si organizzano in delle specie di guide, come i Baedeker di una volta, per quelli che se ne stavano sempre all’estero, come i personaggi dei romanzi di Henry James. Grazie a questi racconti portatili, io che ho un po’ ho sempre l’impressione di essere in un paese straniero, da un po’ di tempo mi sento come in una specie di Grand Tour. Ma queste notizie, ho anche pensato, chissà da dove vengono]

8 / Traffico su rotaia

7 / Una magra ragazza selvatica

6 / Altrove

5 / Il sogno delle pietre

4 / Crinali

3 / Contare, celati dietro le quinte

2 / Come un nastro lucido e nero

1 / Peggy e il meraviglioso chiarore

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